fbpx

Cari connazionali di Buenos Aires, Autorità civili, religiose, militari, esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia, Signore e signori, Per me è dolce rivolgere a voi così lontani e così vicini il mio messaggio in questa giornata. Sono passati 20 dall’istituzione del Giorno del Ricordo. Ho il ricordo, bellissimo, di tutta l’aula parlamentare (salvo uno spicchio esiguo della sinistra estrema) che votava una legge destinata a restituire onore e memoria alla grande tragedia Giuliano dalmata, alle migliaia di martiri delle foibe, ai 350.000 esuli in cerca di Patria e libertà. La data in cui si celebra, il 10 febbraio, non fu scelta a caso: era una fredda e cupa giornata del 1947 quella in cui fu firmato il trattato di pace che decretò la “finis Histriae” come scrisse allora il “Grido”, il foglio clandestino che alimentava la resistenza agli jugoslavi di Tito. Il diktat di pace ci strappò Pola, Fiume, Zara, Cherso e Lussino, e confinò Trieste in un assurdo “territorio libero” amministrato dagli angloamericani. Ci vollero la rivolta ed il sacrificio dei ragazzi di Trieste del novembre 1953 perché la città tornasse all’Italia un anno dopo (e stanno 70 quest’anno) a nove anni dalla fine della guerra. Il 10 febbraio ’47 ha segnato dunque un grande lutto nazionale, una cesura della nostra storia ed una violenza alla nostra geografia; è soprattutto nella memoria dei giuliano dalmati la data simbolica della tragedia degli infoibati, annegati, massacrati e mai ritornati, prodromica a quella dell’esodo biblico degli italiani d’Istria , Fiume e Dalmazia. Ormai non c’è quasi più nessuno tra quelli che subirono, 80 anni or sono, la violenza cieca delle foibe, col loro carico di morti senza croce; e pochi ormai sono anche quelli che negli anni seguenti dettero vita a quel grande esodo che fu un plebiscito dì italianità e libertà. Esuli che si sparsero in più si 100 campi profughi in Italia, da Trieste a Termini Imerese, da Altamura a Laterina, e finirono poi magari nelle lontane Americhe o nella ancor più lontana Australia. Oggi tocca ai loro figli e a tutti i connazionali di buona volontà , conservare quel che loro è stato donato, ridare agli italiani, tutti gli italiani, la memoria di quella tragedia incompresa, ricucire i fili strappati della storia. Oltre l’Adriatico restano le pietre, le arene ed i leoni di San Marco a testimoniare la nostra italianità antica: 700 anni fa Dante cantava nell’Inferno “sì come a Pola, presso del Carnaro ch’Italia chiude e i suoi termini bagna”… .

Convenienze politiche di ordine interno e internazionale indussero a cancellare dalla coscienza e dalla conoscenza degli italiani questa grande tragedia nazionale, che non poteva restare una sorta di memoria privata confinata lassù alla frontiera orientale e nelle nostre famiglie. Oggi, ed il Giorno del Ricordo ne è la testimonianza, l’Italia si riconcilia e riconosce nella sua compiutezza il valore della grande prova che i giuliano dalmati seppero offrire. E’ la vittoria della civiltà, della pietà e della verità. Anche se qualcuno, sbandato dalla storia si ostina ancora a giustificare o negare. Ma la luce squarcia sempre il buio.

Viva l’Italia!
Roberto Menia

Condividi

Facebook

NEWSLETTER

Social